Sul solco che ho tracciato vari giorni addietro, in cui affermavo l’esigenza di fare il giornalista come prodromo necessario per reimmergermi nella mia attività di scrittore, reputo necessario parlare dell’economia mondiale come un accordo tra famiglie.

Alla base dei destini, dell’economia, della mentalità e dello sviluppo occidentale, vi sono intrecci di famiglie ebree i cui denominatori risalgono ai Rotschild e, udite udite, agli Elkann. Gli uni sono parenti degli altri ma questo non è un problema gravoso. Gli intrighi di cui prima derivano solo da un abuso di potere relativo alla privatizzazione delle principali banche centrali del mondo, ossia bce e Fed- va sempre rammentato che l’economia europea è superiore a quella statunitense-.

Tutta la storia recente con gli attuali assetti politico-finanziari, risalgono al genio finanziario di un tedesco che nel tardo settecento, si cimentò fortemente nella massimizzazione degli studi economici e finanziari: si tratta del Nathan Rotschild originario, figlio di modesti lavoratori che fu assoldato dal re di Prussia, per poter moltiplicare con mezzi finanziari, i suoi già ingenti capitali.

Il giovane ebreo Rotschild, come d’altronde gli altri suoi simili, erano stati storicamente ghettizzati dalla comunità sociale mondiale, di matrice cristiana, che induceva i figli a studiare sopratutto le arti e le nobili mansioni. Così in alternativa, gli ebrei si specializzarono nei conti, nella banche, nei prestiti e nella finanza.

Il Rotschild originario tedesco, fece guadagnare una dovizia di capitali al suo committente regale, guadagnandone la fiducia nonchè la posizione di consigliere. Il consiglio del Rotschild, come afferma il professor Pietro Ratto, che frattanto ebbe dieci discendenti che si diramarono nei paesi circostanti, fu di acquistare un immenso esercito da noleggiare al momento delle guerre. Così fu, mentre le figlie e le discendenti di queste cosmopolite e coriacee famiglie di finanzieri e banchieri, vennero fatte sposare con altri discendenti di matrice sionista, a comporre un organigramma di potere e controllo bancario e finanziario globale, in cui nessuno perdeva davvero. Io sospetto che la medesima sorte delle figlie Rotschild, Rockfeller, Warburg, Elkann e contigui, sia toccata alla figlia di Gianni Agnelli madre, adesso divorziata, di John, Lapo ecc., odiernamente in causa con i figli in quanto estromessa dall’eredità del padre. Prima ANCORA CHE LA FIGLIA DI GIANNI AGNELLI, fu il predecessore famigerato di Marchionne Gianni, ad unirsi in matrimonio con quella Margherita Agnelli indicata dal professor Ratto, di ramo Rotschild, da cui originò l’epiteto di Agnelli “re d’Italia”. Tutto ques’antefatto vuole sciorinare un punto nodale che accomuna le principali famiglie industriali e finanziarie italiane in quanto esigenza: la questione del sostegno finanziario diretto ed indiretto, accessibile e non gravoso, da parte dello stato o di chi ne fa le veci: la Fiat era la prima industria europea dell’auto ma, a differenza di Citroen, Renault, Pegeout che oggi l’hanno inglobata e sono a capitale misto, la Fiat è rimasta sempre privata, con gli oneri finanziari legati alla concorrenza agguerrita delle altre multinazionali che fanno perno sulla moneta tedesca svalutata e lo spread, per vendere di più e investire più facilmente riguardo Volkswagen e affini. La Fiat e tutti, avevano e continuano ad avere necessità, di sostegni gratuiti agli investimenti ed ai costi, possibili alleandosi ed imparentandosi come fece Gianni Agnelli, con i Rotschild ed oggi gli Elkann, oppure facendo perno su una banca d’Italia sovrana monetariamente, in grado di cancellare i debiti e prestare in modo semigratuito ed illimitato, la liquidità necessaria all’espansione capitalistica.

Io non sono per un’esecrazione di Agnelli e plutocrati vari ai fini di una mera redistribuzione di opulenza, bensi’ per una nazionalizzazione totale di un dittico di banche sottratte forse illecitamente allo stato, come Mps, Banca d’Italia, Cassa depositi, cosicche’ le principali aziende italiane e le realta’ industriali piu’ promettenti, vengano tutelate da un “ombrello finanziario” pubblico, che non imponga interessi alti sui prestiti, sostengano le realta’ professionali e salariali e gli investimenti, imponendo nei consigli di amministrazione, dei funzionari pubblici che controllino i processi a favore dell’Italia. Ossia cio’ che accade in Citroen forte dei numerosi nuovi modelli dovuti da investimenti misti, atti a sgravare la proprieta’ ma anche obbligarla ad un impegno lavorativo derivante dalla responsabilita’ relativa all’egemonia nazionale del marchio che posseggono.

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