Di Maurizio Caputo, dottore commercialista

E’ noto che la Repubblica italiana e’ uno stato costituzionale, parlamentare democratico. Conosciamo l’origine dello stato italiano, tuttavia sovente ignoriamo alcune “implicazioni” costituzionali. Come e’ vero che l’applicazione costituzionale delle norme “in toto”, sia ancora esigua. Alcune leggi sono addirittura inattese. Solo alcune, dicevo, e tra queste c’e’ il divieto di doppia imposizione fiscale. Cerchero’ a tal proposito, di spiegarmi: lo stato, la sua Costituzione, prevedono un prelievo reddituale annuale attraverso attraverso l’esemble del fisco, il quale si sa essere esoso come in tutte le nazioni progredite. Al punto che i residenti all’estero e le aziende con sede fiscale al di fuori dell’Italia presso stati con tassazione “piu’ sciolta”, pagano un minimo impositivo.

Ad abbundantiam noi in Italia abbiamo un problema tributario molto grande. Abbiamo garanzie costituzionali disattese e problemi immani di “disattenzione”. Per brevita’ ed opportunita’ ritengo oggi parlare di duplicazione d’imposta e del suo piu’ grande capitolo dell’evasione, che pure affronteremo. La duplicazione, vietata dalla Costituzione e dalle leggi tributarie nazionali come il Tuir, testo unico imposte sui redditi all’articolo 147, si verifica quando un bene o servizio, viene soggetto ad ulteriore imposizione. Ad esempio il titolare di un trattamento salariale pubblico, dopo aver percepito un reddito gia’ tassato alla fonte, acquistando un bene o servizio sul mercato, e’ obbligato a pagare nuovamente l’Iva: questa rappresenta una duplicazione sul valore aggiunto. Ecco dunque verificarsi in modo reiterato una duplicazione ed un versamento incongruo rispetto ad un’aliquota centrale media e ponderata.

Come diceva il presidente Berlusconi, a causa della doppia imposizione a detrimento di tutti, un’aliquota fiscale comune del 20%, sarebbe sufficiente al fabbisogno statale. A parte la Flat tax che ha dei limiti obiettivi ed a cui comunque non siamo arrivati, la pressione fiscale nel Bel Paese dal 30% di un ventennio addietro, ha sforato il 30 tangendo l’attuale 48%. Se poi a cio’ si aggiungano le imposte comunali, quelle indirette, l’inflazione ed il caro-vita, la percentuale di tasse erogata allo stato, si aggira sul 70%. Tutto cio’ causa una diaspora di aziende che emigrano all’estero per non annaspare e l’acquisizione  di fatto, da parte di Parigi, della Borsa italiana. Frattanto i servizi pubblici, le infrastrutture e gli investimenti statali, non sono sufficienti per gli italiani, in uno scenario che vede il debito pubblico salire e mai diminuire. Con questa situazione paradossale, lo stato che ha visto nello scorso trentennio, pagare prettamente all’estero interessi sul debito uguali all’intero ammontare di esso, ha in questi giorni offerto ai privati, una ulteriore quota di Poste italiane per racimolare venti miliardi esplicati per diminuire il debito pubblico. Medesimo discorso, in prospettiva, e’ stato pianificato verso Ferrovie dello Stato, Monte Paschi di Siena, Leonardo, e le principali e piu’ facoltose multinazionali pubbliche. Sotto la cortina di un ulteriore golpe finanziario a scapito dell’ex quarta potenza mondiale, si registra un’ecatombe di attivita’ commerciali al ritmo di 5 chiusure all’ora: tale situazione, causata anche dalla predilizione degli acquisti on line e dalla possibilita’ per le imprese digitali come Amazon, di versare le tasse all’estero,puo’ causare una cesura dei versamenti erariali che si configurerebbe come un abbassamento od un blocco, verso salari, pensioni e funzionamento di uffici pubblici come gli ospedali. Di conseguenza e’ opportuno, per scongiurare tale nefasto scenario, internalizzare il debito pubblico sottoforma di ripresa della proprieta’ statale della moneta, sgravare le gabelle per tutti, garantire debiti aziendali e pubblico con denaro e valuta proprietaria, massimizzare investimenti pubblici, aumentare in modo sesquipedale le infrastrutture pubbliche e dotare la comunita’, di sistemi di autoproduzione energetica, alimentare, farmaceutica, industriale, impermeabile dall’esterno. Giacche’ anche l’indebitamento privato sale ed il mercato staziona in fase di stallo, e’ opportuno implementare salari, pensioni, posti di lavoro ben retribuiti, e sopratutto, seguendo l’egida di Trump, attuare un nuovo patto sociale con le banche innestato sul giubileo dei debiti pubblici e privati. Cosi’ rilanciando le filiere industriali pubbliche e corroborando il settore industriale privato, diviene possibile riedificare l’opulenza italiana e salvare le nuove generazioni dal baratro economico e lavorativo. Onde rintuzzare ondate speculative di banche commerciali, fondi d’investimento ed investitori istituzionali forestieri, in seguito alla decisione di erodere i debiti e nazionalizzare la moneta, e’ doveroso affiancare, come costituzionalmente previsto, affiancare alla valuta corrente, un’altra tutta statale. Identico assioma per la criptovaluta, che necessita la proprieta’ pubblica, adibendo gli innumerevoli sportelli postali a bancomat. Cosicche’ risulterebbe impossibile il blocco dei prelievi perpetrato in Grecia. Infine diventa salvifico glissare gli oneri fiscali che gravano sui carburanti sottoforma di pagamenti risalenti alle guerre vetuste, ai finanziamenti di ferroviari, al sostegno dell’Ucraina. Vitale far tornare le multinazionali ed imprese che hanno delocalizzato, con investimenti azionari pubblici di minoranza teleologici all’espansione degli investimento esteri e quelli nazionali, ad assunzioni di personale sopratutto italiano, a condivisione utili con i dipendenti. Per rilanciare l’Italia bisogna anche e sopratutto redimere la classe media offrendogli condizioni di lavoro a basso carico fiscale per se ed i dipendenti, ma probabilmente con obbligo di investomenti in Italia, di almeno la meta’ dei redditi totali o degli introiti annuali. E’ utile dotare il lavoro e le imprese italiane, di un paracadute finanziario pubblico che li tuteli da ogni scossone economico esterno ed anche dalla crisi commerciale. Insomma il modello di stato e di fisco vanno ripensati e plasmati sui dettami costituzionali: essi prescrivono sopratutto la tutela dei patrimoni, la liberta’ e facilta’ di impresa, il diritto comune al lavoro, ai servizi, a pagamenti che ne assicurino un tenore di vita dignitoso, l’istruzione, la liberta’ di espressione, di culto ed il divieto assoluto di cessioni do sovranita’ nazionale. La Costituzione vieta le speculazioni finanziarie che attualmente fagocitano i redditi e le aziende, deprivando le tasse del valore aggiunto che garantirebbero. Infine, in relazione agli accordi europei con il Sudamerica soprannominati “Car for Cows”, traspare vitale fuoriuscire dall’Europa per non inficiare ulteriormente la rete di piccole e micro imprese che ad esempio producono carne o pescano pesce. Infatti in cambio di vetture da esportare, sono stati accordati prodotti alimentari da importare, i quali non si attengono agli identici criteri di qualita’, rispetto del lavoro, produzione che animano i produttori italiani. Tuttavia questi ultimi risultano oberati da frutta, verdura, pesce prodotto all’estero, piu’ economico ma non altrettanto sapido, che recidono in maniera sostanziale, i guadagni delle piccole e medie imprese. Accordi capestro ed effettivamente antitaliani, questi siglati dall’Europa, che finirebbero per distruggere la media e piccola impresa italiche. Uno fra essi quelli sul grano di Kiev coltivato tra l’altro, sotto i bombardamenti. Tutto cio’ va dipanato senza arrecare nocumenti alle grandi imprese come Fiat, per cui lo stato deve essere obbligato ad edificare un recinto economico protettivo per la collettivita’: ossia dal piu’ ricco al piu’ povero, senza applicarsi sui dogma europei. Al limite introducendo la moneta statale che sarebbe infinita, esente da debiti ed interessi.

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