Insulto razzista: Paoletti  chiede allontanamento e sanzioni ai club

Di Paolo Paoletti

RAZZISMO: ACERBI VIA DALLA NAZIONALE, DE LAURENTIS DOVEVA RITIRARE IL NAPOLI. REGOLE RIDICOLE, DIVERSE PER PROFESSIONISTI E DILETTANTI. QUESTO CALCIO E’ DISEDUCATIVO COME IL NOSTRO LESSICO. LE PAROLE SONO STRUMENTO DEL PENSIERO, CHI INTERVIENE?

Le gravi accuse lanciate da Juan Jesus ad Acerbi … “mi ha detto n…o”, se provate, costeranno all’interista almeno 10 giornate di squalifica o ancor peggio, una squalifica a tempo determinato come dettato dall’art. 9, comma 1, lettera g). Oltre l’ammenda da 10.000 a 20.000 euro prevista per i professionisti.

A cominciare dal regolamento, il calcio è diventato ridicolo:

  1. l’offesa è talmente grave che non può esserci una pena di primo e/o secondo livello.
  2. ovvio che multe da 10.000 o 20.000 euro non possono pagarle i dilettanti, ma non è possibile che dire “negro” tra i professionisti sia più grave di dirlo tra i dilettanti. Dove è giusto che a pagare siano quindi i club!
  3. a fine partita Jesus ha accettato le scuse di Acerbi, ciò non toglie che la giustizia sportiva, d’ufficio e/o su denuncia del giocatore stesso, faccia luce sull’accaduto in campo e decida la sanzione.
  4. alla protesta di Jesus portata all’arbitro, De Laurentis sarebbe dovuto intervenire immediatamente e ritirare la squadra dal campo perdendo la gara. Così sarebbe esploso veramente il problema e le necessarie decisioni.

Il comma 1 dell’articolo 28 del Codice di Giustizia Sportiva dice: “costituisce comportamento discriminatorio ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporta offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine anche etnica, condizione personale o sociale ovvero configura propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori”.

Se il regolamento fosse veramente rispettato, moltissime partite non finirebbero e le rose delle squadre resterebbero decimate per le squalifiche.

Cosa vuol dire?
Che il calcio da molto tempo è diseducativo. Lo diventa subito, addirittura nei settori giovanili, sopratutto quelli dilettantistici, in cui i genitori sono la parte peggiore delle realtà locali.
Ma fa comodo a tutti che ci sia chi paghi rette anche salate per iscrivere i propri figli, comprare i kit di abbigliamento sportivo, chiedere che i rispettivi ragazzi, giochino titolari ed altre fesserie del genere…
Eppure nessuno protesta, nessuno s’indigna!

Ironia, la Ventinovesima, era dedicata al messaggio “Keep Racism Out. Together. Everywhere”, promozione contro il razzismo. Messaggio rispettato in pieno…

Acerbi ha lasciato la Nazionale. Spalletti ha ricostruito con il giocatore l’avvenuto e per le prossime 2 gare, Venezuela (21 marzo) ed Ecuador (24 marzo) il difensore non ci sarà. Al suo posto Mancini della Roma.

Il punto della vicenda però non è assolutamente questo. Ma il fatto che si usino nel lessico quotidiano termini offensivi e scorretti, nati nel periodo coloniale con profonde radici discriminatorie che imperversano sui social, nella musica, in altre espressioni umane a volte sotto la coperta dell’arte, altre col vestito della satira, e’ immondo.

Le parole, infatti, sono determinanti. Non solo perchè formulano modi di comunicare, ma in quanto strumento del pensiero stesso.

Ad oggi nella lingua inglese è diffusa l’espressione ‘N word’ per riferirsi indirettamente alla parola ‘nigger’ o ‘nigga’ (nella cultura musicale pop e hip-hop) perché quest’ultima evidenzia un significato discriminatorio.
La parola deriva dallo spagnolo negro, che cominciò ad essere usata negli Stati Uniti nell’Ottocento, a partire dalla tratta degli schiavi dall’Africa, per riferirsi alle persone di pelle scura.

L’interpretazione negativa del termine arrivò in Italia molto tardi. Lo dimostra l’arrogante estratto del testo di geografia per scuole medie di edizione Garzanti del 1978:
“Da qualche tempo gli abitanti di colore degli Stati Uniti rifiutano di essere chiamati con il termine ‘negro’ che viene quasi sempre usato in tono spregiativo (come, ad esempio in Italia, si fa spesso purtroppo con il termine ‘terrone’) e vogliono invece essere chiamati “neri” (in inglese blacks). Da noi, in Italia, il termine “negro” non ha alcun tono di disprezzo, e quindi possiamo continuare a chiamarli così”. Un assurdo.

Come lo è, ad esempio, l’utilizzo del termine Ambaradan…
Nel vocabolario italiano è una parola che indica un insieme disordinato di elementi, un guazzabuglio, una grande confusione. In realtà deriva da uno dei massacri che si sono compiuti nel Corno d’Africa e in particolare intorno al monte Amba Aradam. L’espressione nasce proprio alla fine della guerra tra truppe italiane ed etiopi. I reduci la usavano per descrivere la situazione di confusione durante quella battaglia. Amba Aradam, invece, è il massiccio montuoso dell’Etiopia dove le truppe italiane sconfissero nel 1936 l’esercito etiope in una cruenta battaglia. L’esercito italiano a quel tempo, per vincere, usò armi chimiche non solo sui militari ma anche sui civili.

Eppure parole ancora di uso quotidiano sono usate senza riflettere sul loro significato, spesso ignorato (non conosciuto).
L’abitudine quindi ci nasconde il vero aspetto delle cose, ma le origini delle parole, che usiamo, ci aiuta a vederle per quello che sono davvero.

Ed è su ciò, dove si nascondono fatti ‘eclatanti’ sol perchè nell’ambito di realtà ‘intoccabili’: sport, politica, finanza etc etc… che dovremmo concentrarci. E riformattare tutto.

Una domanda: se chiedessimo ai tifosi del Napoli – come ai tifosi di qualsiasi squadra – se un calciatore dovesse accettare di sentirsi dire ‘negro’ pur di segnare un gol ogni partita e fare punti… secondo voi quale sarebbe la risposta?

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