Le parole pronunciate da Emilio Fede nell’edizione del 9 maggio anni orsono, del suo telegiornale contro Roberto Saviano non sono frecciatine “sommesse”, rappresentano bensi’ un attacco frontale nei confronti di un intellettuale che ha il merito di aver denunciato, sottoforma di un libro di successo oltre che con gli innumerevoli interventi in televisione e nelle università, il malaffare interno alla camorra e le gravi conseguenze che ne derivano. Il direttore del tg4 ricordava che ci sono tante altre
persone che scrivono libri sulla malavita organizzata e che combattono frontalmente tale fenomeno rischiando piu’ di Saviano, senza andare come lui sulle prime pagine e “senza rompere…, scusate
volevo dire senza disturbare la riflessione della gente che ha capito bene”, correggeva Fede, che definiva “un’esagerazione” l’acclamare Saviano come un’eroe. Le considerazioni espresse dal giornalista in barba alle regole del suo mestiere che lo vorrebbero imparziale a riportare solo notizie
al netto dei commenti polemici , scoppiano da un riferimento al film “Draquila”, non gradito al governo. Di qui il ragionamento dell’esimio professionista come a mettere sullo stesso piano Saviano, che non
ha mai scagliato critiche al governo o all’Italia, e la Guzzanti, che dell’invettiva politica soprattutto verso Berlusconi, ne ha fatto un lavoro.
Il giorno dopo Fede precisava che Saviano non ha fatto nulla di eccezionale nell’essersi schierato in una battaglia mortale contro la camorra, ed affermava di vivere egli stesso continuamente sotto attacco da parte delle “brigate rosse”. Il direttore, nel sostenere che non accetta lezioni da nessuno, spiegava di essere figlio di un un uomo che è morto per la legalità, dunque la “scorta” di militari che proteggono e blindano la vita di Saviano sono uno scotto da pagare, ma senza lamentarsi continuamente. L’equivoco però sta nel fatto che le “cosiddette” lamentele di Saviano vogliono solo denunciare il muro di omertà anche delle istituzioni sulla questione delle organizzazioni criminali, ed esprimono il desiderio di un uomo che lotta come può per poter vivere in una nazione dove non si muoia per aver raccontato la “verità”. E’ giusto omaggiare come degli eroi coloro che decidono di scagliarsi contro la camorra, perché nell’istante in cui si colpisce la camorra si cambia la propria vita quando non si muore. E la viltà che si mostra nell’esecrare il fatto che Saviano abbia guadagnato
molti soldi con tutta la questione del libro mostra la malafede di chi sa che i soldi in questi casi non potranno comprare la libertà di un giovane.

Per dipanare la piaga della camorra in maniera efficace tuttavia, oggi bisognerebbe deunciare le connivenze tra la malavita organizzata e la grandeb finanza, la quale accetta di riciclarne gli emolumenti sulle principali borse finanziarie, tollera omicidi e commercio di stupefacenti teleologici al controllo popolare; e sopratutto impone e si scherma dietro figure politiche impotenti, corruttibili e ricattabili. Ciò è omesso nonchè la tara della narrazione di Saviano.

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