Ha sollevato un gran baccano la questione che, negli ultimi anni, ha visto un aumento degli emolumenti nel contratto del presentatore rai Fabio Fazio, per mezzo delle accuse partite dal presidente della Camera dei deputati Fico. Quest’ultimo denunciava l’illecito che si cela dietro il tetto agli stipendi della pubblica amministrazione, di duecentoquarantamila euro. E Fazio ha smussato le spigolosità del precedente suo contratto, con un aumento di stipendio a due milioni e mezzo circa, un prolungamento contrattuale fin oltre all’attuale legislatura; infine Fazio ha diminuito la quantità di lavoro, ed è passato alla rete ammiraglia nella fascia oraria più seguita dal pubblico, che tuttavia non l’ha premiato in termini di pubblico.

Il sotterfugio utilizzato da Fazio e dal suo agente, poggiava sul fatto che il conduttore è inquadrato come artista, anzichè giornalista, dunque la tara manageriale della rai, ben si slatentizza in questo punto nodale: i giornalisti non possono all’univoco svolgere le veci di editori in merito alle dinamiche produttive della maggiore azienda radiotelevisiva italiana, che tra l’altro è pubblica. Di qui l’esigenza di attribuire ad ognuno la propria qualifica professionale, in rai, e di conseguenza indicare Fazio come era e dovrebbe continuare ad essere additato sul piano economico: giornalista, non artista. Egli infatti, pur svolgendo un mirabile lavoro di diffusione e promozione culturale, non produce arte, la quale è sublime ed estetico-spirituale.

Coloro che producono arte, sottostanno alle regole liberistiche di mercato legato alla richiesta e fruizione artistica; di conseguenza un artista va remunerato in base all’indotto ed alle richieste commerciali, anche transnazionali, che induce. Oggi gli artisti ed i giornalisti che contravvengono le regole del “politicamente corretto”, a differenza del sempre “apparentemente” imparziale Fabio Fazio, subiscono cesure agli emolumenti ed alla distribuzione.

I giornalisti editano notizie, informazioni, cultura, il che è vitale e nobile, tuttavia non producono nulla, pertanto non possono godere dei privilegi economici di coloro che innatamente posseggono creatività materializzata in prodotti sublimi.

Il limite manageriale delle più diffuse piattaforme mediatiche, sia pubbliche che private, sta nell’affidare la selezione del personale e dei contenuti da editare, a personaggi legati al mondo dell’informazione. Tale scelta danneggia i creativi ed il sistema mediatico-artistico nostrano, obbligando i media ad acquisire prodotti artistico-culturali prefabbricati altrove, di conseguenza limitati, come il programma “Che tempo che fa”, copia poco originale del David Letterman show”.

Coloro che individuano e sanno investire nelle professionalità creative, e di pregio, sono in ogni settore gli attori produttivi con il futuro professionale meno a rischio, dal punto di vista dell’accoglienza dei consumatori… ma in rai come diceva Grillo, le nuove stelle sono i giornalisti con tanto di agente, a scapito degli artisti veri e propri; quest’ultimi sono ritagliati magari, in produzioni Sky come X Factor, che in seguito ad agguerrite selezioni, valorizza gli artisti per massimo un paio d’anni. In seguito oblio alla stessa stregua dell’oblio sulle informazioni cruciali che la rai si esime di dare come nel caso del Mes, pareggio di bilancio e Recovery fund, mai approfonditi in maniera imparziale da Fazio e similari.

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