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Immaginatevi un bambino di due anni tra le braccia di suo padre. Si chiamava Nunzio ed era il figlio di Gennaro Pandolfi, ritenuto autista di Luigi Giuliano, boss di Forcella. Il piccolo Nunzio non conosceva ancora la differenza tra il bene e il male, in quell’uomo vedeva solo il suo “eroe”, un ragazzo di ventinove anni appena uscito dall’ospedale e accolto nella sua casa del Rione Sanità a Napoli con una festa a sorpresa organizzata dalla sua famiglia. Provate a immedesimarvi in quel bambino, che voleva solo stare in braccio al suo papà e invece venne ammazzato come un boss. Quella che doveva essere una bella giornata, infatti, si trasformò in una carneficina. Era il 18 maggio 1990 quando due killer col volto coperto fecero irruzione nella loro abitazione e cominciarono a sparare all’impazzata. In pochi secondi quell’appartamento si riempì di sangue e vittime innocenti. L’obiettivo dell’agguato era Gennaro: regolamento di conti tra clan rivali. Ma i due sicari non risparmiarono nessuno, nemmeno il piccolo Nunzio: sembra ancora di sentirlo il suo pianto disperato, interrotto da un proiettile finito dritto nel suo piccolo cuore. Il cuore di un bambino di due anni che non aveva fatto male a nessuno, che non poteva gridare nemmeno “aiuto” perché non sapeva ancora parlare. Un cuoricino che quel giorno batteva forte per il ritorno del papà, e che invece si è fermato per sempre per colpa di una maledetta guerra di mafia.
Nunzio non si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era a casa sua. Lì c’erano i suoi giochi, i suoi affetti. Quelle erano le braccia di suo padre. Quelli erano i suoi spazi, invasi da due assassini che lo hanno trucidato senza pietà. E che a cose fatte sono scappati come dei vigliacchi. Perché così fanno i mafiosi, tutti: sparano, uccidono senza guardare in faccia nessuno e dopo se la danno a gambe levate per non farsi catturare dalle forze dell’ordine. Camorra, Cosa nostra, ‘ndrangheta e così via: una feccia, questo siete. Una montagna di merda.
Se siete arrivati a leggere fino a qui, condividete questo articolo tratto da Terroni di Pino Aprile. Non possiamo permetterci di dimenticare Nunzio e la sua storia che ormai nessuno racconta, ne’ di vivere in una nazione in cui il guadagno illegale e’ piu’ facile, accessibile e conveniente di quello legale.

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