Fabio Piemonte sulla rivista della onlus cattolica, tradizionalista, antiabortista “Pro vita&famiglia”,  allude ad un recente studio che attesta il legamevtra aborto e disturbi mentali che l’ideologia vigente continua a negare.

C’è un legame molto stretto tra aborto e disturbi mentali. È un pionieristico studio a dirlo, ricerca che,  prendendo in esame le cartelle cliniche di numerose pazienti danesi, ha osservato un aumento del 50% del rischio di esser sottoposti ad un primo trattamento psichiatrico nell’anno successivo al primo aborto, che sale all’87% nel caso di comorbilità con altri disturbi di personalità e del comportamento.

Tale ricerca condotta da David Reardon – direttore dell’Elliot Institute americano ed autore di piu’ di trenta studi  relativi all’impatto dell’aborto sulla salute mentale delle donne – riesamina criticamente dati ed errori metodologici di un precedente studio che rilevava al contrario come non vi fossero sostanziali differenze nei tassi di trattamento psichiatrico prima e dopo un aborto, riferendo che tali tassi durante i periodi di uno, due e tre mesi dopo l’aborto, sebbene più alti, non fossero dunque statisticamente poi così diversi da quelli riportati nei nove mesi precedenti l’aborto.

Lo studioso americano, correlato alla medesima popolazione danese, ha invece scoperto che le donne che hanno maggiore probabilità di abortire hanno maggiore probabilità di avere problemi di salute mentale rispetto alle madri che portano a termine la gravidanza. L’errore della ricerca dei colleghi, secondo Reardon, sarebbe stato quello di limitarsi a considerare gli effetti del postaborto ai soli tre mesi successivi al la soppressione del bimbo in grembo.

Al contrario è ormai scientificamente acclarato che «gli effetti psicologici dell’aborto sono ritardati e spesso non compaiono fino alla data dell’anniversario dell’aborto o anche più tardi, quando i meccanismi di coping della donna iniziano ad essere sopraffatti dal dolore persistente, dal senso di colpa o da altri fattori di stress legati all’aborto», osserva ancora lo studioso americano.

Riesaminando i dati, Reardon si è accorto di quanto fosse sfuggito nella prima analisi e si è premurato di far tornare i conti, attraverso una valutazione dei tassi cumulativi di disturbi di salute mentale registrati in periodi di tempo identici, ossia nove mesi prima e nove mesi dopo l’aborto. Le differenze rilevate sono state ancor più consistenti rispetto ad  un arco temporale più ampio, ossia di dodici mesi, il che rafforza la tesi secondo cui gli effetti dell’aborto sulla salute mentale della madre aumentano nel tempo.

Reardon ha presentato i risultati accurati del suo studio al New England Journal of Medicine – la stessa autorevole rivista che aveva pubblicato la prima ricerca –  ma ha ricevuto immediatamente un diniego senza alcuna “peer-review”. Dietro tale respingimento si cela un’evidente motivazione ideologica, come sottolinea lo stesso ricercatore americano, per cui «quando si tratta di aborto, la maggior parte delle riviste ha paura di pubblicare qualsiasi lavoro che sfati il mito secondo cui l’aborto sia sempre qualcosa di vantaggioso per ogni donna e in ogni circostanza». Eppure, al di là della narrazione dominante e come testimonia anche questa ricerca, sono tra gli altri davvero innumerevoli gli studi che denunciano a ragion veduta e con coraggio, le ricadute postabortive sulla salute fisica e psicologica della madre.

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